Marco Masini all’Unipol Forum: la verità della musica che resiste al tempo

C’è un momento, durante il concerto di Marco Masini all’Unipol Forum di Assago, in cui tutto sembra fermarsi. Le luci si abbassano, il pianoforte inizia a raccontare una storia fatta di ferite e di rinascite, e il pubblico — migliaia di voci — si trasforma in un’unica anima. È in quell’istante che si capisce perché, dopo trentacinque anni di carriera, Masini sia ancora qui: autentico, lucido, indomito.
Il tour celebra due anniversari importanti — i 35 anni di musica e i 30 dall’uscita de Il cielo della vergine — ma più che un bilancio, è una dichiarazione d’amore alla verità. Quella di un artista che non ha mai scelto la strada più semplice, ma quella più sincera.
La scaletta è quella già proposta a Roma, con un’unica, travolgente novità: Bella stronza, cantata insieme a Fedez, proprio come a Sanremo. Il duetto, esplosivo e ironico, è il simbolo di una contaminazione generazionale che funziona perché nasce dal rispetto reciproco. Masini e Fedez si guardano, sorridono, e la platea impazzisce. È la dimostrazione che la rabbia, quando diventa consapevolezza, può trasformarsi in energia condivisa.
Sul palco, Masini alterna intensità e leggerezza con la maestria di chi ha imparato a conoscersi. Con Leggero invita il pubblico a lasciarsi andare, a liberarsi del peso delle delusioni. Poi arriva T’innamorerai, e l’arena esplode in un coro che unisce generazioni diverse: figli, genitori, chi lo ha ascoltato negli anni ’90 e chi lo ha scoperto solo oggi grazie ai social. È un abbraccio collettivo che non ha bisogno di parole.
Masini parla, racconta, si apre. “Mi hanno detto che ero arrabbiato,” confessa tra un brano e l’altro. “Ma la rabbia serve, se ti spinge a cambiare le cose.” È un manifesto, più che una frase. E in quell’istante si percepisce tutta la distanza tra il pregiudizio e la realtà: tra l’immagine di un cantante “maledetto” e la sostanza di un uomo che ha fatto della coerenza la sua forma più pura di successo.

Dietro di lui, una band impeccabile: Cesare Chiodo, Antonio Iammarino, Massimiliano Agati, Alessandro Magnalasche e Lapo Consortini — compagni di viaggio che conoscono ogni respiro del loro leader. Le voci femminili di Chiara Marzaroli e Alice Spinelli aggiungono luce e grazia, come finestre spalancate in una sera d’estate.
Il concerto scorre tra memoria e presente, tra brani che hanno segnato un’epoca (Vaffanculo, L’uomo volante, Ci vorrebbe il mare) e momenti di pura intimità. Ogni canzone è un tassello di un mosaico che racconta una verità semplice: la musica di Masini non è mai stata una posa, ma una confessione.
Eppure, ciò che più colpisce è il rapporto con il pubblico. Masini non si limita a cantare: osserva, ascolta, ringrazia. Lo fa con la gratitudine di chi sa cosa significa attraversare il silenzio e uscirne ancora più forte. Perché sì, c’è stato un tempo in cui il suo nome era bersaglio di pregiudizi e superstizioni ridicole. Ma il tempo, come sempre, ha rimesso le cose al loro posto.
Oggi, quella stessa voce “scomoda” è considerata una delle più vere del panorama italiano. E non per una moda passeggera o una collaborazione pop azzeccata, ma perché la sostanza non passa mai di moda.
Marco Masini non ha mai cercato di piacere a tutti. Ha preferito restare fedele a se stesso, anche quando significava restare solo. Ed è proprio questa autenticità a renderlo eterno: un artista che ha trasformato la fragilità in forza, la rabbia in arte, il dolore in bellezza.
Quando le ultime note si spengono e il pubblico continua ad applaudire, lui resta lì, immobile per un istante, quasi incredulo. “Grazie,” dice con quella voce roca e vera che sembra arrivare da un’altra epoca. E in quel “grazie” c’è tutto: la fatica, la gratitudine, la rinascita.
Marco Masini non ha mai smesso di esserci. Forse siamo stati noi, per un po’, a non vederlo.
F.G.
Photo By Valentina Strada