Sanremo 2026 e le solite critiche: siamo davvero sicuri che “sia tutto sbagliato”?

«È tutto sbagliato, sta andando tutto al contrario».
Inizio da qui, da una frase che non appartiene a un editorialista, a un opinionista o a un fan deluso, ma a uno dei partecipanti al prossimo Festival di Sanremo, Samurai Jay. Una battuta condivisa sui social, diventata involontariamente la sintesi perfetta del clima che – puntuale come un metronomo – si crea attorno al Festival ogni anno.

Questa volta però c’è di più: le critiche sono iniziate prima ancora dell’annuncio ufficiale dei Big con la fantasiosa – e totalmente infondata – narrazione di una presunta fuga degli artisti dal Festival.
Un racconto che ha viaggiato rapido, alimentato da chi vede sempre il marcio anche quando non c’è.

La verità è semplice: non c’è stata alcuna fuga. Nessun esodo di massa, nessuna porta sbattuta.
Ci sono stati artisti che hanno deciso di non presentare un brano, altri che lo hanno presentato ma non hanno convinto e qualche rifiuto, com’è fisiologico ogni anno, ma tra questo e parlare di “diserzione dei Big” c’è un oceano.

Il Festival negli ultimi anni ha macinato record su record e i numeri non mentono.
È difficile immaginare come un evento di questa portata possa davvero essere diventato improvvisamente un palcoscenico da evitare; la verità è che alcuni preferiscono alimentare il mito dei rifiuti per non ammettere di non essere stati selezionati ragion per cui esordire con un “non ho presentato nulla” risulta più facile da accettare che, magari, ammettere la scelta sbagliata del brano presentato.

Osservando i nomi appena annunciati da Carlo Conti al Tg1 delle 13:30 una cosa appare evidente:
non si è puntato sul peso dei cognomi ma sul valore delle canzoni.
Lo ha detto lo stesso direttore artistico: la selezione di quest’anno è costruita prima di tutto sui brani e qui accade l’ennesimo paradosso sanremese: per anni si è criticato il Festival definendolo “la sfilata dei nomi” mentre ora, che sembrerebbe esserci una scelta più meritocratica, ecco il coro opposto: «Non ci sono i veri Big

Forse bisognerebbe decidersi!

Conti ha ricordato che il concetto di Big è relativo e io aggiungo: è fluido, cambia con il tempo, con le generazioni e con l’evoluzione del mercato. L’idea che “Big” significhi solo “nome storico” è anacronistica.
A volte il Big è quello che riempie gli streaming, altre volte è quello che conquista la critica, altre ancora è quello che sorprende.

Ricordiamoci che la rivelazione della scorsa edizione fu Lucio Corsi e in molti – dopo l’annuncio – si chiedevano chi fosse ma già la sua prima performance è riuscita a mettere tutti d’accordo.

E allora, perché non farci guidare da un principio semplice?
Godiamoci il Festival. La musica prima di tutto.
Senza complotti, senza liste di proscrizione, senza inseguire la narrativa dei “figli di”, delle major e delle rivalità immaginate.

La strada scelta dal direttore artistico è certamente rischiosa ma può essere quella giusta.
Sanremo vive quando sorprende, quando mescola generazioni, quando osa.

Le critiche? Arriveranno comunque, come sempre, ma almeno quest’anno proviamo a non esordire con uno scontato “È tutto sbagliato”.
Magari, tra queste trenta canzoni, si nasconde proprio quella che ci farà cambiare idea.

F.G.