Cremonini si prepara al flop? Il pubblico non è così ingenuo

C’è una differenza sostanziale tra un artista che accetta il rischio di non essere capito e un artista che annuncia preventivamente il fallimento del proprio lavoro. Cesare Cremonini, presentando AMATEUR, sembra voler imboccare la seconda strada. «Questo album sarà un fallimento», ha dichiarato durante la presentazione londinese del disco. Una frase che suona come una provocazione, quasi una dichiarazione di libertà dalle logiche commerciali. Ma che, ascoltando le undici tracce del nuovo progetto, lascia spazio a una domanda molto meno romantica: Cremonini ci crede davvero oppure sta costruendo una narrazione che fa comodo all’artista, ma che rischia di sottovalutare l’intelligenza del pubblico?
La mia impressione è netta: qui si sta giocando con le parole. E viene da pensare che Cremonini stia mentendo sapendo di mentire. Non perché AMATEUR sia un disco costruito esclusivamente per scalare le classifiche, ma proprio perché non sembra affatto il lavoro di un artista che abbia deciso di abbandonare ogni ambizione commerciale. Al contrario, è un album curato, ricco, variegato e con diversi brani che hanno tutte le carte in regola per trovare spazio nelle radio italiane.
Insomma, il presunto flop parte già con qualche problema di credibilità.
«AMATEUR» è un buon disco. E questo cambia tutto
Partiamo dalla musica, perché sarebbe ingiusto liquidare il nuovo album di Cremonini concentrandosi soltanto sulle sue dichiarazioni.
AMATEUR è un lavoro che mostra un artista consapevole dei propri mezzi, capace di muoversi tra pop, rock, suggestioni jazz e aperture più sperimentali. Undici brani che guardano al passato senza rinunciare a una produzione moderna, mettendo al centro le melodie, le collaborazioni e la voglia di suonare.
La title track, con Salmo, apre il progetto con energia e un’impostazione lontana dalla classica ballata cremoniniana. Paparazzi, con il contributo di Fabri Fibra, aggiunge un’altra sfumatura al disco, mentre Cavalli da corsa, scritta con Elisa, riporta in superficie una sensibilità melodica che richiama alcuni dei momenti più felici della carriera del cantautore bolognese.
C’è poi Non lo diciamo a nessuno, uno dei pezzi che più facilmente potrebbe trovare una collocazione nelle programmazioni radiofoniche. Cose molto piccole, con Malika Ayane, gioca invece sulla memoria e sulle emozioni, mentre Athena chiude l’album con una profondità che richiama quella grande tradizione cantautorale bolognese di cui Cremonini è uno degli eredi più riconoscibili.
Non tutto raggiunge lo stesso livello e qualche passaggio convince meno di altri. Ma il quadro complessivo è quello di un album solido, nel quale si percepiscono ricerca, mestiere e una precisa direzione artistica.
Ed è proprio qui che nasce il cortocircuito: se il disco è di questo livello, perché presentarlo come un potenziale fallimento?
Il flop annunciato e le radio che non spariscono
Cremonini ha spiegato di aver voluto sperimentare, allontanandosi dalle aspettative consolidate e liberandosi dalla necessità di ripetere formule già conosciute. Ha raccontato la scelta di Londra, il lavoro allo Studio 13 di Damon Albarn e il desiderio di tornare a fare musica per passione, senza lasciarsi condizionare dai numeri.
Sono intenzioni legittime. Anzi, in un mercato nel quale la velocità delle pubblicazioni spesso sacrifica la personalità dei dischi, la volontà di costruire un progetto con una propria identità merita attenzione.
Il problema è un altro: sperimentare non significa necessariamente fallire, così come realizzare un album ambizioso non equivale a rinunciare al successo.
Cremonini non è un esordiente sconosciuto che pubblica un disco senza una struttura promozionale alle spalle. È un artista con una carriera consolidata, un pubblico ampio, una riconoscibilità immediata e una presenza importante nel panorama musicale italiano. Il suo nome, da solo, garantisce al progetto un livello di attenzione che moltissimi musicisti possono soltanto sognare.
E poi ci sono le radio. Non occorre immaginare complotti o accordi segreti: basta ascoltare i brani e riconoscere che alcune canzoni sembrano avere le caratteristiche adatte per entrare nelle rotazioni radiofoniche. Non lo diciamo a nessuno, in particolare, possiede una struttura melodica e un’immediatezza che potrebbero favorirne la diffusione.
Naturalmente, la programmazione radiofonica non garantisce automaticamente il successo e nessuno può sapere oggi quali saranno i risultati definitivi dell’album. Ma è proprio questo il punto: annunciare il flop come se fosse una conseguenza quasi inevitabile significa ignorare una parte importante della realtà che circonda un artista come Cremonini.
Il cantautore può anche desiderare di liberarsi dai numeri. Non può però fingere che la propria posizione nel mercato musicale sia quella di un perfetto sconosciuto.
Il pubblico non è stupido e non ha bisogno di essere preparato al fallimento
La frase sul fallimento può essere letta come una provocazione artistica, un modo per mettere le mani avanti oppure una strategia comunicativa. Non possiamo sapere con certezza quale fosse l’intenzione di Cremonini.
Ma l’effetto che produce è discutibile.
Raccontare in anticipo il possibile insuccesso di un album di questo tipo rischia di trasformare una scelta artistica in una specie di alibi preventivo. Se il disco andrà bene, sarà comunque la dimostrazione che la musica può vincere al di là delle aspettative. Se andrà male, si potrà sostenere che era esattamente ciò che ci si aspettava, perché l’obiettivo non erano i numeri ma la libertà creativa.
Una posizione che sembra mettere l’artista al riparo da qualsiasi risultato.
Eppure il pubblico non è un ostacolo da superare, né una massa incapace di comprendere la differenza tra un album commerciale e un progetto più ricercato. Chi ascolta Cremonini da anni sa riconoscerne le trasformazioni, conosce le sue diverse stagioni musicali e può apprezzare un cambiamento senza dover essere convinto che il fallimento rappresenti una forma superiore di libertà.
Il pubblico può amare AMATEUR, criticarlo, preferirgli Alaska Baby oppure ritrovare in questo disco il Cremonini degli esordi. Non ha bisogno di una lezione preventiva sul significato dell’arte.
E soprattutto non ha bisogno che gli venga raccontato che un album destinato a essere ascoltato, promosso e portato nei palazzetti sia necessariamente incompatibile con il successo.
Da Milano a Londra: quando il rapporto con il pubblico diventa un problema
Le dichiarazioni su AMATEUR riportano alla memoria un episodio dell’estate che aveva già sollevato interrogativi sul rapporto tra Cremonini e chi acquista i biglietti, ascolta i suoi dischi e segue i suoi concerti.
Dopo il grande evento all’Ippodromo La Maura di Milano, davanti a circa 80 mila spettatori, numerosi partecipanti avevano raccontato sui social disagi legati all’organizzazione, difficoltà di accesso, problemi di visuale e criticità nell’ascolto dello spettacolo.
Le polemiche non riguardavano necessariamente la prestazione dell’artista, ma l’esperienza vissuta da una parte del pubblico. Una distinzione fondamentale: si può riconoscere il valore di un concerto e, contemporaneamente, contestare le condizioni nelle quali si è stati costretti a seguirlo.
La risposta di Cremonini, però, aveva spostato il discorso su un altro terreno. «Oggi il pubblico ha lo stesso ego degli artisti», aveva scritto, sostenendo che il modello dei grandi eventi rischiasse di allontanare la musica dalla sua essenza.
Una riflessione che, presa in astratto, può anche aprire un dibattito interessante sul gigantismo degli spettacoli dal vivo. Ma che, nel contesto delle lamentele dei presenti, rischiava di apparire come una risposta fuori fuoco: chi aveva segnalato problemi organizzativi chiedeva rispetto per la propria esperienza, non necessariamente passerelle più lunghe o schermi più grandi.
Il punto non era stabilire se i concerti di cinquant’anni fa fossero più autentici. Era capire se chi aveva pagato per assistere a uno spettacolo avesse potuto davvero vederlo e ascoltarlo.
Anche in quel caso, la sensazione era che il confronto con il pubblico fosse stato trasformato in una riflessione più ampia sulle colpe del pubblico stesso.
Due episodi, una stessa domanda: da che parte sta l’artista?
Il collegamento tra la vicenda milanese e le dichiarazioni su AMATEUR non significa che i due episodi siano identici. Nel primo caso si parlava delle criticità di un evento dal vivo; nel secondo di una precisa visione artistica e del rapporto con il successo commerciale.
Eppure, in entrambi emerge una questione che merita di essere affrontata: quando un artista parla di libertà, autenticità e distacco dai numeri, sta davvero dialogando con il pubblico oppure sta costruendo un racconto nel quale ogni possibile critica rischia di diventare una conferma delle proprie convinzioni?
Cremonini ha tutto il diritto di sperimentare, cambiare direzione e mettere in discussione le regole dell’industria musicale. Nessuno dovrebbe chiedergli di realizzare per sempre la stessa canzone o di ripetere all’infinito il modello che lo ha portato al successo.
Ma il pubblico ha altrettanto diritto di interrogarsi sulle sue dichiarazioni, soprattutto quando queste sembrano entrare in contrasto con la realtà di un artista che continua a muoversi in un sistema fatto di promozione, programmazione radiofonica, concerti e grandi numeri.
Non si può chiedere agli ascoltatori di liberarsi dalle aspettative e, allo stesso tempo, ignorare quanto il proprio nome, la propria storia e la propria visibilità contribuiscano a creare quelle stesse aspettative.
«AMATEUR» non ha bisogno della favola del flop
La parte più paradossale di questa storia è che AMATEUR non avrebbe alcun bisogno di essere accompagnato dalla narrazione del fallimento per risultare interessante.
È un disco che può essere discusso per le sue canzoni, per le collaborazioni con Salmo, Fabri Fibra e Malika Ayane, per il dialogo con il passato e per le nuove strade sonore percorse da Cremonini. Può essere giudicato per ciò che funziona e per ciò che convince meno. Può persino dividere i fan, senza che questo rappresenti necessariamente una sconfitta.
La musica dovrebbe bastare.
Per questo la dichiarazione sul flop lascia più dubbi che fascino. La mia impressione è che Cremonini stia utilizzando una provocazione efficace sul piano comunicativo, ma poco convincente se confrontata con il contenuto del disco e con la sua posizione nel mercato italiano.
Dire che un album potrebbe fallire è legittimo. Presentare il fallimento come una sorta di obiettivo nobile, quando esistono tutti gli elementi per immaginare un percorso commerciale tutt’altro che marginale, è un’altra cosa.
Cremonini, insomma, può anche raccontarci che AMATEUR nasce per liberarsi dai numeri. Ma non può pretendere che il pubblico smetta di fare domande.
E allora, alla fine, la provocazione resta questa: davvero Cremonini pensa che il suo nuovo album sarà un flop, oppure sa benissimo che il disco ha qualità, pubblico e potenziale radiofonico per ottenere risultati importanti?
Non abbiamo modo di conoscere la risposta. Ma, dopo aver ascoltato AMATEUR, faccio fatica a credere alla prima ipotesi.
E se il vero obiettivo fosse dimostrare di essere libero dal successo, forse la prima libertà da conquistare sarebbe quella di non avere bisogno di annunciare il proprio fallimento prima ancora che sia il pubblico a esprimere il suo giudizio.